Clowns
Sostanziale diviene negli anni ’70 in Gian Carlo Riccardi il tema del grottesco; l’artista inizierà a presentare nelle sue opere i Clowns, dei pierrots che gremiscono le sue raffigurazioni. Nei suoi disegni Riccardi vuole rappresentare, in particolar modo, un mondo illusorio e inquietante. L’intenzione di Riccardi non è quella di descrivere il mondo del circo, ma piuttosto il mondo che ci circonda, che ci fa indossare la maschera ed il costume del pagliaccio. I clowns raffigurati dall’artista sono caratterizzati, dunque, da espressioni tristi e dolorose: la donna-clown che sogna una maternità, ma probabilmente mai potrà avere, i bimbi clown iniziati dagli adulti alla vita del circo ed alle complesse acrobazie.
Viene a configurarsi una dolorosa constatazione di una vita che tende verso l’opulenza e al divertimento, non curandosi di guardare dietro la facciata, che si snerva nel riso e nel canto, ma che in conclusione non ha tra le mani che sabbia. Pagliacci-non pagliacci di Riccardi ognuno indifferente, assente all’altro, sconfitti dalla storia, reiterano i loro gesti all’infinito. Nonostante il gesto e la tensione tuttavia, ognuno è uguale all’altro. Il gioco costituisce l’estrema e disperata scelta di vita: l’uomo (il pagliaccio) si fa marionetta, i pagliacci giocano per gli altri, giocano per vivere (una vita diversa dal gioco), giocano per sé, giocano perché vivono. I clowns di Gian Carlo Riccardi pertanto accusano, mediante il loro gioco d’accusa, tutti coloro che li hanno costretti a giocare per continuare a vivere e a non uccidersi subito.
