Poesie

I cavalli corrono

I cavalli corrono
sepolti dalle criniere
verso i campi paludosi.
Il tempo è ormai in fuga. 

Tu siedi scosciata

Tu siedi scosciata
come un orizzonte buio
agli occhi miei ardenti.
Fuori intanto il cielo
muore su di noi.

Ragazzo amato

Ragazzo amato 
figlio di tutti noi.
Reciso il tempo 
l’eco resta lontano
di voci antiche. 

Come fiele colato

Come fiele colato
da bocche bambine 
sulle nostre mani.
Chiudiamo la sera
noi esausti d’amore.

Dove andare

Dove andare 
questa sera 
a conficcarmi
un amore nel cuore.

Ancora una volta

Ancora una volta  
alla deriva il sogno di noi.
Sul vetro opaco di notte 
resta soltanto la pioggia.

Soltanto ora

Soltanto ora
riporto a casa 
la mia voce
che parla di te. 
Io vivo 
frantumi d’estate.

Come fantasmi

Come fantasmi
soli di noi
usciamo all’alba 
che scompare. 

Noi testimoni

Noi i testimoni
di un antico racconto 
circondiamo la madre.
Altri racconteranno 
domani. 

Tenero era il discorso

Tenero era il discorso
di affettuosi incontri.
Ma pensieri 
lunghi di notte
fermarono
il mio andare.

Mi lascio vivere

Mi lascio vivere 
ridicolo di ore.
La morte è di tutti 
non soltanto mia. 

Dal sapore aspro

Dal sapore aspro 
della vita
inseguo 
traguardi lontani
lasciatemi 
vivere ancora. 

La vita è nel giorno

La vita è nel giorno 
di materia amabile.
A fine mese non proroghe
semmai un “vedremo”. 

Strano è morire

Strano è morire 
dentro ogni cosa.
Fervido io 
di parole molte.
Mi lascio
soltanto i saluti. 

Ancora il mio Natale

Ancora il mio Natale
le mani di muschio 
affondano nell’inganno 
di falsi presagi.

Lentamente muore in me

Lentamente muore in me
l’idea di essere idea
per sopravvivere all’idea 
di non essere idea.

Cuore suona la memoria

Cuore suona la memoria
di attese lunghe di giorni 
domani è inutile morire. 

Ricordi come sperma

Ricordi come sperma 
bagnano i miei pantaloni 
Via Cristoforo Colombo 
Ufficio n. 123 arrivo.

Scellerate ore

Scellerate ore di un giorno 
lunghe di tempo come la vita. 
Nascosta è la paura dentro di me.

È il tempo di andare 

È il tempo di andare
il gallo canta il tradimento
mi chiudo solo la porta
soltanto la voce è fuori.

Ritrovarci un giorno

Ritrovarci un giorno insieme 
contare le cicche spente
chiudere le mani sul viso
in attesa del nostro ritorno.

È strano dirsi felice

È strano dirsi felice 
l’invito nasconde la voce 
e subito scende la notte
come lo sguardo del cieco. 

Attendo le ore dei giorni

Attendo le ore dei giorni 
lunghe di amore represso 
Il silenzio degli altri 
è come lusinga d’attese.

Senza sosta continuo  a vivere

Senza sosta continuo a vivere 
di ore di minuti di secondi.
Rubo il tempo alle stagioni
e il giorno alle notti
il dubbio alla speranza.

Odore di zolfo

Odore di zolfo 
come di aranci marciti
ma noi viviamo ugualmente
sotto lo stesso cielo. 
Chiamami vita se vuoi. 

Quando la mia solitudine

Quando la mia solitudine
non sarà più di alcuno
lasciate la porta aperta 
il giorno racconterà di me.
Inseguo la mia immagine
Inseguivo la mia immagine e basta. 
Non ho più un padre per raccontarlo.

Racconti

Ed a proposito della nonnitudine

Con i suoi occhietti fermi e squillanti come lo squillo di un telefono impazzito, Francesco mi fissa del fondo del suo letto variopinto. In alto, un volo di uccelli in plastica trasparente vibrando nell’aria, forma un eccitante giostra in movimento continuo. Ma lui, il mio nipotino, di appena due mesi, sembra non essere attratto da quello strano marchingegno penzolante sulla sua testa. Con il volto paffuto e tondo come un arancetto siciliano, Francesco mi trafora con il suo sguardo appuntito simile alla cruna di uno spillo. La mia “nonnitudine” è ormai in uno stato di avanzata espansione e per quanto faccia per limitarne le conseguenze, il mio pensiero è sempre rivolto a quel “frutto siciliano”. All’improvviso, Francesco mi sorride, colorando il suo volto di teneri chiaroscuri leonardeschi. Non posso fare a meno di accarezzarlo, tracciando intorno al suo volto con le dita un preciso “O di Giotto” e lui di rimando mi lancia strani segnali, fatti di gridolini, intervallati da piccoli respiri, come desiderasse comunicare qualcosa. Siedo accanto al suo letto, dimentico del tempo e delle ore. Francesco torna serio a fissarmi. La stanza, non molto grande, con le pareti di carta riproducenti personaggi di Walt Disney, ha le imposte semichiuse e il giorno, filtrando tra le tapparelle, crea soavi ed inconsueti riflessi sui giocattoli sparsi un po’ ovunque finendo di cristallizzare tutto ciò che entra nella magia della luce. Francesco, incurante, continua il suo monologo fatto di afoni gorgoglii e confusi suoni gutturali. Intanto, fuori, il mondo procede nel suo cammino di atrocità e di imprese esaltanti. Ad una Madonna che piange, risponde l’invenzione di una macchina per una “dolce morte”; alla scoperta di antidoti per la cura di malattie mortali, risponde il ritrovamento del corpo carbonizzato del pentito di turno; alla pace conquistata dopo guerre e massacri, risponde la voce nascosta e perversa di una mafia dura a morire. Questi ed altri pensieri passano nella mia testa, la “nonnitudine” chiede zone franche e sicure. Francesco ora siede accanto a me. Il letto ha lasciato il posto ad una comoda poltrona, la luce illumina tutta la stanza ed il giorno occulta ormai il buio della notte. Francesco, dai capelli arruffati e leggera barba biondo oro, mi fissa con gli occhi appuntiti come crune di spillo. Dalla sua bocca escono parole ora liete ora tristi, accompagnate da un costante e preciso richiamo alla vita ed alle cose ed al loro esistere nella molteplicità degli eventi umani. Il racconto è lungo di fatti, di nomi, di personaggi, di favole e di sogni. Francesco è in piedi accanto alla porta della stanza. Con gesti lenti ma pieni di tenerezza e di tanto amore stringe sul suo petto il mio capo, come per un saluto o un arrivederci. Ormai dinanzi a me c’è un uomo che scruta oltre le mura della piccola stanza. Francesco esce dalla stanza lasciandomi nell’orecchio l’eco di quei “suoni” gutturali insensati ed afoni confinati confinati nella mia “solitudine”. 

Un attimo breve e fugace

Ero in volo verso Parigi e cercavo di sistemare nella mia borsa i giornali acquistati alla partenza, quando il mio sguardo si è posato sulla compagna di viaggio. Seduta accanto a me, una donna sottile, molto elegante e di gran classe fumava con movenze simili ad uno dei rituali del teatro del “No” giapponese. La osservavo, tentando di far riaffiorare da quell’immagine insolita l’identità di un’amica di banco di terza media: Claudia Speroni. Dopo dubbi e perplessità un improvviso vuoto d’aria, facendo sobbalzare l’aereo, mi procurò il pretesto di allacciare il discorso con la donna. Il tempo trascorso non aveva cambiato molto il suo aspetto fisico, in particolare gli occhi larghi e profondi di un azzurro denso. Il riconoscimento avvenne in uno scambio reciproco di annotazioni chiarificatrici. Claudia Speroni smise di fumare, si tolse gli occhiali da sole, si voltò verso di me ed insieme iniziammo lo scavo dei ricordi: il panino ripieno di miele che Claudia mangiava nell’intervallo riservato alla ricreazione. Il “secchione” Pier Giorgio Colini da tutti noi rispettato e venerato con la speranza di poter copiare i compiti più difficili, la professoressa di matematica e fisica disponibile soltanto alla tracimazione dei quaderni per riempirli di note e voti negativi, Lucia la bidella con i suoi maritozzi alla panna e le piccole paste ricoperte di cioccolato in breve tempo ingoiate a pochissimo prezzo, le tanto attese gite scolastiche, le assenze “salva-interrogazioni”, la capanna di canne nascondiglio e rifugio per rubare i primi baci e le promesse d’amore, le feste di compleanno con i giuochi ed i pegni davvero pesanti per i più timidi. E così via dicendo attraverso un percorso di vita ora gaio ora triste, ma sempre aperto alla spensieratezza e alla gioia di quell’età stupenda e irripetibile che è legato alla giovinezza. Oggi Claudia è felicemente sposata con un dirigente dell’Alitalia, non ha figli, lavoro a tempo pieno presso un ufficio di “programmazione industriale” vicino Parigi. Non ho mai staccato il mio sguardo dai suoi stupendi occhi che ora mi fissano felini ed impietosi come una volta, quando mi restarono dentro, devastando i miei giorni e le mie notti. Ora le parlo di me, ancora parole, richiami, aggiornamenti e notizie come piccoli e grandi teoremi da risolvere. Claudia pur conservando la sua stupenda fisicità di un tempo, oggi, recita a perfezione i ruoli di moglie felice e donna realizzata. A me resta soltanto il rimpianto di aver abbandonato la “preda” nelle giornate di irripetibili epifanie comuni. L’aereo plana sulla grande pista dell’aeroporto parigino. Il viaggio è finito. Gli altoparlanti diffondono in francese ed in altri lingue partenze, arrivi, ed altre notizie. Io e Claudia abbiamo guadagnato lo spazio antistante l’ingresso dell’aeroporto. Le nuvole nere di pioggia buttano su di noi un’acqua fitta e gelida. Corriamo a ripararci entro un piccolo anfratto di forma rettangolare: quattro pareti in cemento bianco coperto da una lastra di vetro. I rumori scompaiono, resta uno strano silenzio rotto soltanto dal picchiettio della pioggia sul soffitto. Claudia Speroni mi spinge dolcemente al muro, si avvicina, il volto bagnato. Le sue labbra si posano sulle mie, per un attimo breve e fugace. 

Un lunedì di Pasqua con il poeta Libero De Libero

L’appuntamento era fissato per l’ora di pranzo nella piazzetta di Patrica. Con dieci minuti di ritardo, dopo aver fermato la macchina all’ingresso del paese, ci dirigiamo con passo svelto verso il centro del paese. Libero De Libero è immobile dinanzi al piccolo monumento della piazza con la consueta sigaretta tra le dita, un civettuolo foulard intorno al collo, in un rigato grigio scuro doppio petto. Per noi amici, Mario*, ci viene incontro sorridente, un tenero e prolungato abbraccio e di corsa a casa sua. Una discesa ripida tra i vicoli e sanpietrini fino al portoncino nero incastonato nel bugnato di pietra dura. Mario ci precede. Una quindicina di impietosi gradini presentano la camera da pranzo. Una stanza antica, con la carta a fiori sulle pareti, l’armadio in legno e vetri scorrevoli con all’interno libri e bottiglie vuote, il vaso di fiori, le fotografie e cianfrusaglie sparse dappertutto. Sulla destra una poltrona con sopra una coperta frangiata ed un gatto nero accovacciato, al centro un tavolo coperto da una tovaglia di carta colorata, un fiasco di vino, tre bicchieri a calice, piatti e posate. Sediamo su scomode poltroncine di vimini e legno laccato, disponendoci a semicerchio per festeggiare il Lunedì di Pasqua. Libero, Mario, si è già tolta la giacca, la cravatta e si siede di fronte a me con il suo volto aperto, gli occhi neri di ciglia, con l’iride verde mare, sprizzanti lampi di luce e di vita, su baffi folti e nobili. Pasta condita con olio d’oliva, pomodoro crudo e basilico di montagna, carne alla brace, vino rosso di monte Cacume, arance e noci. Un ricco caffè con lagrime di cognac invecchiato e qualche biscottino casareccio chiudono il punto desinare. Mario apre il pomeriggio accompagnandoci alla finestra della sua camera da letto da dove si può sprofondare in uno dei più incantevoli e smisurati paesaggi. Ci indica alcuni luoghi a lui molto cari, dove in età giovanile aveva cercato l’amore e tante altre cose. Gli occhi spaziano nel vuoto e Mario ricorda il suo passato, la madre, il padre, i fratelli, il contatto con la terra, i monti, i boschi, i nascondigli tra le rocce e gli alberi secolari e l’amore inesausto ed infinito per la sua Ciociaria. Si torna nella stanza da pranzo, si beve qualche bicchiere di vino, si ride, si scherza e si ricordano amici comuni con aneddoti, racconti ed annotazioni che coinvolgono l’arte, la cultura e la vita. Ora Mario ci mostra una pila di manoscritti su cui dovrà lavorare durante l’estate a Patrica, il suo rifugio spirituale lontano dal vociare cittadino. Mario con la modestia e la purezza di un bambino cerca di spiegarci le difficoltà dello “scrivere”, la necessità di vedere e rivedere “i contenuti” per poi forse riscriverli nuovamente con lucidità ed esterno rigore. L’ascoltavamo in un silenzio pieno di stupore e di ammirazione. Il sottoscritto inavvertitamente ha scarabocchiato sulla tovaglia di carta un ritratto del “grande” amico poeta. Immediatamente Mario con un coltello seghettato ritaglia la sua immagine per conservarla. Gli parlo del suo recente libro di poesie “Di brace in brace”, cercando di comunicargli la mia grande gioia di averlo letto prima della stampa definitiva. La stanza ormai è densa di fumo di sigarette. Mario compare e scompare come magicamente evocato dal nostro affetto. Il giorno sta per concludersi, il cielo è stellato: ritorniamo alla macchina dopo un lungo abbraccio. Mentre scendiamo lasciando il paese scorgiamo in lontananza Libero, Mario, che con il foulard ci saluta ancora, scomparendo lentamente tra i monti, le case, i boschi, le pietre della sua magica estate.

 

 

*Libero de Libero si faceva chiamare Mario dagli amici. Il suo nome gli pareva troppo letterario e troppo ingombrante per la complicità di un convivio, il poeta cercava di sparire dietro un’onomastica più frequentabile.

E fortunatamente nessuno se ne accorse

Si crede con fondamento che il Carnevale tragga le sue origini dagli antichi Saturnali che si festeggiavano orgiasticamente a Roma. Il dottore Perricò Antonio procuratore capo nella giurisdizione di Mandorla Inferiore, studioso e ricercatore appassionato delle origini della festa che precede il giorno delle Ceneri, con l’avvicinarsi del Carnevale entrava in uno strano stati di fibrillazione “edonistica”. Fra le “mascherate” prediligeva il “travestimento” per la magia dello sdoppiamento di personalità. Decise quindi, dopo una lunga riflessione di partecipare al Carnevale, lasciando i panni del “temutissimo” inquirente Perricò Antonio per entrare in quelli più lascivi e permissivi di una provocante “battona” di alto bordo. È difficile dire quanto avesse influito in questa decisione il fatto che il procuratore fosse celibe e poco attratto dal sesso femminile. Il Carnevale giunse nella città di Mandorla Inferiore con bande, sfilate di carri, giocolieri e maschere multicolori, dalle più grottesche alle più ricche di significati storici legati a riti e leggende fantastiche del luogo. Non mancavano i “travestiti”, goffi e ridanciani cambiamenti di esso sotto forma di maschioni con tanto di tette e sederoni. Ma per il dottor Perricò Antonio il “travestimento” risultava forse una desiderata alternativa. Sotto un vezzoso delirante ombrellino colorato, una vaporosa parrucca delineava i tratti ed i lineamenti di un volto forzatamente femminile, grazie a lunghe ciglia finte, cerone bianco spesso e coprente, una bocca ricoperta da pesante rossetto, pomelli violacei con un grosso neo settecentesco sulla guancia sinistra, orecchini, un corpino di velluto con apertura centrale per evidenziare un seno posticcio, una gonna a pois scampanata, sul di dietro un provocante sedere posticcio, gambe depilate con calze nere a rete trattenute da giarrettiere con ricami in argento. Tra la folla festante e rumorosa il dottor Perricò ormai entrato nei panni del “travestito” sculettava e saltellava sopra i tacchi a spillo tra i coriandoli e le stelle filanti, accettando di buon grado scherzi e provocazioni non esenti da plateali volgarità. Il pomeriggio inghiottì velocemente in un delirio di folla, canti, balli, scherzi e suoni. Ma alle prime ombre della sera la immagini festose iniziarono lentamente a scomparire lasciando sulle piazze e sulle strade i resti di un’orgia collettiva. Il dottore Antonio Perricò chiuso come sempre dietro la maschera dell’anonimato, terminò il suo percorso di “novello travestito” in un misero motel ai margini della città nella stanza n. 15 tra le braccia nodose di un macellaio di campagna “travestito” da marine. Il giorno delle Ceneri gettò il silenzio su di una città addormentata. Soltanto nel palazzo di giustizia gli addetti ai lavori iniziarono a svolgere il loro compito consueto emettendo condanne e assoluzioni con la sicurezza e la decisione di sempre. Il dottor Antonio Perricò procuratore capo si presentò nell’aula 3 del secondo piano puntuale. Sulla guancia ancora sporca di cerone un neo settecentesco posticcio. Fortunatamente nessuno se ne accorse. 

La “mia” stanza dei miracoli

Piazza Cairoli, piazza della Libertà, piazza Vittorio Veneto: tre tappe di un unico itinerario. Andando a ritroso nel tempo cerco di recuperare l’immagine di un “bambino” introverso e timido che abitava in un appartamento di fronte alla torre campanaria di Frosinone insieme ai genitori e ai nonni. Tutti i giovedì e le domeniche in piazza della Libertà la banda Romagnoli, diretta dallo stesso maestro che aveva riunito i musicisti, la maggior parte del capoluogo, con l’innesto di qualche solista della capitale, teneva il famoso “concerto delle cinque”, alla presenza del prefetto, del sindaco e di altre autorità. Tra il pubblico che prendeva posto intorno ai singolari tavoli in ferro battuto del “rinomato Bar Paolino” , sedeva “un bambino” con i genitori, la madre pianista, il padre avvocato penalista. Dopo il concerto, tutti i presenti deliziavano la gola con “granite di gelato alla panna”, mentre il nostro maestro Romagnoli illustrava i brani suonati, dettagliando la valenza interpretativa dei singoli esecutori , la composizione strumentale e gli arrangiamenti bandistici. Al termine, quando il cielo cominciava a velarsi di ombre, “il bambino” insieme ai genitori si dirigeva verso piazza Vittorio Veneto. Qui, gli adulti s’intrattenevano tra loro parlando benevolmente del mondo e della vita. “Il bambino” lasciava cadere lo sguardo lontano sulla distesa di un panorama aspro, ancora povero di case e di strade, delimitato all’orizzonte dalla catena dei Monti Lepini. Quel bambino ero io. Mentre il pomeriggio smorzava i suoi colori nella leggera brezza che spazzava il terriccio accumulatosi nell’enorme spazio della Piazza e le fioche luci dei rari lampioni illuminavano il muro che cingeva la parte bassa del Palazzo della Rocca, l’attuale Prefettura, io guardavo le pietre della muraglia sognando la possibilità un giorno di poterle colorare una ad una per ricavarne un caleidoscopio di colori e di luce. Il mio desiderio rimase tale nel tempo: quel mondo dell’infanzia e di epifanie familiari fu inesorabilmente travolto dal passare degli anni, dagli eventi umani e logistici fino ai nostri giorni. Oggi nel “Piazzale Vittorio Veneto” il muro di una volta ha lasciato il posto ad una maestosa costruzione a fornici in travertino bianco. Le auto, al contrario di allora, fanno da padrone, sostando in un posteggio abusivo e scriteriato. Nel contesto di questo non esultante quadro urbanistico, ho deciso di realizzare il vecchio sogno dell’infanzia, con l’installazione di una grande scultura ferrea, posizionata al centro del porticato in seguito donata al Comune. Con il mio gesto ho evocato quelle “antiche voci di dentro” chiuse ormai nello scrigno di un “passato” fatto di brezze improvvise, di portoni aperti, di bande musicali, di granite alla panna, di sguardi e sorrisi perduti e di itinerari brevi ma sempre aperti all’immaginazione e al sogno. Nel grande contenitore di tubolari metallici della installazione, nella piazza, ora non più deserta, ma gremita di auto in sosta abusiva, ho rinchiuso per sempre la “mia stanza dei miracoli”. Coloro che sosteranno per vedere la mia opera, all’oscuro delle brezze, delle granite, delle toccate e fughe di Bach e dei sogni cullati nell’infanzia, confusi e spiazzati da un “immaginario” chiuso e riaperto dallo scorrere della vita, si domanderanno allarmati: ma cosa significa?

Accattivante e sensuale il treno si mosse

Era proprio lei, con il consueto sorriso ambiguo e nello stesso tempo ingenuo, il seno turgido trattenuto da un esiguo reggiseno, il viso ovale chiuso da ciocche di capelli corvini, gli occhi felini evidenziati da un forte trucco, la bocca carnosa appena tinta di un rosso carminio, il corpo generoso di curve su due gambe rotonde snelle. Era proprio lei, a pochi passi da me, pronta ad arpionare la vittima di turno. Ciò avvenne in pochi secondi. “Ti sei deciso? – mi sparò sul viso con un sorriso perverso- sali in macchina, così da bravo, ora chiudi la portiera”. E partimmo. “Sono a tua disposizione, se vuoi, puoi iniziare anche ora. Dammi la mano e chiudi gli occhi. Questo spiazzo fa proprio a nostro caso, dai non fare il timido”. Il sedile sotto di me scattò a comando e mi trovai in posizione orizzontale. Lei, ancora lei, mi fu sopra come un predatore in cerca di cibo. “Lasciati andare, il giuoco lo guido io”. Una sensazione di calore m’invase tutto, mentre lei, sempre lei, profanava il mio corpo. Si dibatté su di me per chiudere in fretta il rituale. “Ecco fatto, sei felice?”. Non feci in tempo a rispondere che già il sedile era tornato come prima. Seduti l’uno accanto all’altro. “Ora hai ottenuto quello che desideravi. Non mi devi nulla, se non ti dispiace, puoi anche scendere quì”. Ancora in preda a un raptus imprevisto ed imprevedibile, scesi dalla macchina cercando di conservare il più a lungo possibile l’immagine di quella donna. L’auto partì veloce lasciando una scia di polvere mista a fumo nero. Un forte scossone, una mano pesante sulla spalla, un’odore di vino, una frenata con stridore di ferri, un altoparlante, uno scompartimento semivuoto, un rubicondo signore di mezza età: “Scusi se mi son permesso, ma per Foligno si cambia. Ha dormito per l’intero viaggio, signore. Accetta un pezzo di pecorino nostrano? Ho anche del buon vino toscano”. Ringraziai ed in fretta scesi dal treno per salire sul regionale che mi avrebbe condotto a casa. Uno scompartimento vuoto ospitò il desiderio di una lunga riflessione di solitudine. Mi ero appena seduto che la porta si aprì lentamente lasciando entrare una donna bellissima. Dopo aver sistemato le valigie la signora sedette dinanzi a me accavallando le gambe in modo sensuale ed accattivante. Il treno si mosse.

C’era una volta un cavallo e un calesse “un nonno” e “un nipotino”, una lunga strada polverosa, una città e una piccola stazione: il “nonno” e il “nipotino” insieme ad altre persone attendono l’arrivo del treno. Eccolo, una vecchia locomotiva fumante che avvolge i presenti dentro una fitta e pesante nebbia bianca. Qualche minuto di sosta e poi un lungo sibilo, si riparte! Ancora fumo e tanta malinconia per chi parte e per chi resta. Il “nonno” e il “nipotino” seguono con gli occhi l’ultimo vagone che scompare lentamente dietro una folta vegetazione. Il “nonno” saluta cordialmente il capostazione chiamato quattrocapelli per una vistosa calvizie, risale sul calesse ed insieme al “nipotino” torna in città. A casa il “nonno” trova Peppe Reali, detto Siviglia per la sua lunga innata passione verso l’opera lirica. Quattro pennellate di schiuma bianca poi il rasoio, affilato lungo il braccetto di cuoio fermato sulla maniglia della porta. La rasatura è perfetta. Un ritocco ai baffi, una spruzzata di colonia e via. Esce Siviglia ed entra Don Luigi Minotti, detto il “Santo del paese”, parroco della Cattedrale. Un rosolio, quattro amaretti, quattro chiacchiere, giusto in tempo per assistere dal balcone, insieme al nipotino all’insolito spettacolo: lo scarico di pesantissime balle di carta per la tipografia dei fratelli Stracca. Il sole è alto, il caldo incombe, ci attende il giornalaio Bragaglia, detto Bracalone. Un negozio dal soffitto alto illuminato da spaziose vetrate ricolme di giornali e riviste. Come sempre il “nonno” sa di fare cosa piacevole comprando al “nipotino” il Corriere dei Piccoli e la Domenica Illustrata, con le stupende tavole a colori del pittore Walter Molino. Lasciato il giornalaio ci si avvia, tutti insieme, verso la piazza con il monumento dedicato a Nicola Ricciotti, dello scultore V. Biondi. A poca distanza comode poltroncine di vimini accolgono la comitiva presso il Gran Caffè Paolino. Tutti siedono per sorbire bibite e sorbetti, gustando il frappè alla panna esclusività del bar. Non tardano ad arrivare il Commendatore Battistino, proprietario dell’albergo Garibaldi, la sua gentile consorte, i coniugi Marsiliani e le signorine Turriziani, ridicole nei loro civettuoli cappellini di paglia a fiori. In programma “I Vespri Siciliani” suonato dalla banda cittadina A. Romagnoli diretta dal Maestro G. Mariconda. Su di un piccolo palco, la banda tiene il suo consueto concerto allietando i presenti con brani di opere e di canzoni napoletane. I bambini con in testa il “nipotino” e il “nonno” e parte della comitiva si dirigono ora verso la piazza antistante al Palazzo della Rocca sede della Prefettura. Tutti si affacciano nella balconata che aggetta su uno dei panorami più belli e più suggestivi della nostra provincia. All’orizzonte la lunga catena dei monti che eleggono a vetta più alta il Monte Cacume. Si racconta che in un mattino di cielo terso il poeta Alessio Di Sora pronunciasse la famosa frase, giunta fino a noi, rivolgendosi ad una turista: “Affacciate e refiata!” (affacciati e rifiata), tanto era il godimento di quell’insolito spettacolo della natura. Su invito della signora del Prefetto M. Randone la comitiva scende verso la tortuosa strada dell’Alberata. Al primo spiazzo sterrato tutti si fermano, sedendo sulle panchine di pietra e per il gentil sesso su seggiolini pieghevoli: sono presenti oltre ai coniugi Randone, l’avvocato Mario Carboni e signora Bianca, la famiglia De Palma, la signora Imperi e figli, l’avvocato Valle e signora, le pianiste diplomate presso il Conservatorio di Santa Cecilia Rosina Amati, Maria Luisa Gizzi e Lea Valle. Per i Bambini c’è il diversivo dei “funaroli”, due uomini dai grossi bicipiti che l’uno di fronte all’altro a debita distanza arrotolano e srotolano lunghe canape, tirandole e sbattendole tra loro con spruzzi di acqua. Presto si trasformeranno in lunghe funi che in seguito saranno arrotolate su grandi rocchetti di legno. L’appetito non tarda a farsi sentire, spingendo la maggior parte dei presenti a recarsi nell’accogliente ristorante Albergo Bellavista da Tittino. Questo luogo appeso quasi per miracolo ad un ridente torrione della Frosinone alta, oltre ad offrire la visione di un ridente paesaggio offre alla clientela le specialità della casa. In questo locale si danno appuntamento i personaggi più in vista della città: dal Sindaco Sor Memmo Ferrante e signora al Segretario Comunale, dal Farmacista Dottor Luigi Amati al sempre elegante Peppino Altobelli dai più chiamato chiaverino, per le sue imprese amorose. Inoltre, sono presenti i rappresentanti del vitellonismo frusinate, Vincenzo e Giovanni Conte, Sandro Marini e Peppe Peroni. Ai piani superiori del ristorante invece prendono posto giovani di sicuro avvenire, tutti iscritti all’università La Sapienza di Roma, i fratelli Silvio e Ireo Latino, i fratelli Sassano, gli Iacobucci, i Catallozzi, Antonio Perdicara e Dino Galella. La luna si alterna al sole, alla pioggia e alla neve tracimando l’uno dopo l’altro i giorni i mesi e gli anni. Il “nonno” muore, il “nipotino”, ormai ragazzo, inizia a fumare le prime Alfa e Nazionali, comprate all’insaputa dei genitori. Un lungo serpentone di asfalto unisce Piazza Garibaldi con il Piazzale dell’Amministrazione Provinciale: nasce così il Corso della Repubblica, allora, chiamato la Via Veneto di Frosinone. Piazza Garibaldi “la Piazza Rossa” con il suo antico Arco Romano è dominata dall’alto di un cornicione sopra al Bar Giacomelli da un’antica Madonnina miracolosa. I residenti della piazza sono tutti ferventi Comunisti, per intenderci, legati alla storica frase “adda venì Baffone”. Tra questi abitanti ci piace ricordare il padre e i fratelli Spaziani orafi, il barbiere Papetti, intenditore di arte e di politica, i fratelli Sodani, gli Antonucci, i Minotti, i Paris ed altri ancora. Questi personaggi trascorrevano la maggior parte del loro tempo riuniti in piccoli gruppi a discutere animosamente, scagliando invettive contro la D.C. e il Governo, mostrando con orgoglio all’interno della tasca un numero dell’Unità. Qualche metro più indietro troviamo i fratelli Pinto, con il loro grande negozio di stoffe, e Mario “il corridore”, loro inserviente che portava a destinazione vestiti e stoffe correndo a piedi per le vie di Frosinone. L’antica farmacia Bigoni, padre e figlio, la stamperia Bortone con l’onnipresente zazzeruto Italo. Le calzature di Maria Invaso e poi al Piazzale Vittorio Veneto la Galleria d’Arte dell’Ente Provinciale per il Turismo, presieduto dallo scrittore della R.A.I. Giovanni Gigliozzi, con il Direttore Giulio Celletti che in seguito fonderà il giornale la “Gazzetta Ciociara”, il secondo giornale della provincia dopo il Foglio “Ciociaria” fondato e diretto da Armando Riccardi e Giuseppe De Bernardis. Pochi metri ancora ed un’altra Galleria la “Saletta delle Arti” del pittore Ettore Gualdini. Questo locale, pur essendo un angusto ambiente, rappresentò l’epicentro e la rampa di lancio per tanti artisti di tutta la provincia di Frosinone: Pittori, Scultori, Musicisti, Attori, Cantanti, Critici, Letterati. Ricordiamo Giovanni Savani, Ulisse Arduini, Alfonso Capocci, Michele Rosa, Giovanni Fontana, Carlo Marcantonio, Gianpistone, Gian Carlo Riccardi, Nicola Sferrazza, Ettore Campioni, Sandro Morato, Nestore Caggiano, Francesco e Piero De Bernardis, Daniele Majone, Adolfo Loreti, Fernando Rea, Vincenzo Bianchi, Antonio Ciuffarella, Peppino Modica, Nino Cellupica, le sorelle Alba e Jone Carfagna, Italo Scelza, Emanuele Floridia, Pietro Gianbelluca, Sandro Solimena, Mario Lucarelli, Vittorio Miele, Olga Manzi, Tommaso D’Antò, Ennio Santachiara, Alfonso Cardamone, Peppe De Rosa, Lamberto Bracaglia, Gaetano Francese ed altri ancora. Di fronte alla saletta delle Arti, la nota Tipografia di Sor Antonio Grande, uomo di grande simpatia ed intensa umanità: durante le feste comandate ed in altre occasioni sor Antonio affittava un pulman con direzione italia o estero, portando con sé tutti i dipendenti, dal primo all’ultimo, ancora oggi restano sbiadite foto che ricordano quelle giornate indimenticabili. Salendo la ripida rampa che porta al centro storico, in via del Plebiscito num.22 il “Teatro Club”, fondato e diretto da Gian Carlo Riccardi, anche questo locale, il primo e unico in tutta la nostra Provincia, funzionò come contenitore degli amanti del teatro e della pura follia: nacquero così storici spettacoli indimenticabili, un teatro nuovo ed indipendente. Tra gli attori: Sandro Morato, Giovanna Pulcinelli, Sofia Pugliesi, Gaetano Francese, Alfredo Sparvieri, Gerardo Donfrancesco, Massimo Sergio, Gian Carlo Archilletti con sorelle, Antonio D’Alessandro, Giorgio Martucci, Anna e Stefano Cecilia, Oreste e Mario Mastrantoni, Mario Bragaglia Marilena Isgrò, Lamberto Bracaglia, Gerardo Iacoucci, Marcello Carlino, Piero Riccardi, Laura Belli, Filippo Torriero, Nino De Tollis, Daniele Paris, Alfio Vita, quest’ultimo in seguito entrerà a far parte nel cast degli attori di Vittorio De Sica e di Cesare Zavattini. Riportandoci sul Corso della Repubblica dopo la saletta delle Arti i negozi di elettrodomestici della famiglia Petrucci, la scuola guida di Vincenzo Bergamini, il David Niven ciociaro. Dinanzi alla scuola guida, il grande palazzo con gli avvocati Armando Riccardi e Vittorio Valle, più in basso la villa degli avvocati Alvaro e Fabrizio Pagliei, sulla sinistra, ancora negozi, famiglia Pilozzi con l’indimenticabile sor Umberto e il voluminoso Orlando, qualche metro ancora e la rivendita di valori bollati e sigarette di Giuseppe Celani, detto Peppe, che tra un pacchetto di Nazionali e uno di Serraglio intratteneva i presenti con la sua chitarra elettrica. Con il tempo il negozio si riempì di altri musicisti che, verso il tramonto, formavano delle vere e proprie jam session. Scendendo ancora, troviamo il cinema Excelsior e il cinema delle Vittorie, entrambi di Bruno Bianchini, personaggio molto noto e costantemente in fuga verso Roma alla ricerca delle pellicole ed altro ancora. Vicino al Cinema, l’associazione della stampa di Frosinone, presieduta dall’avvocato Armando Riccardi, segretario Giuseppe De Bernardis, iscritti Arturo Paolino, Libero De Libero, Sandro Magni, Antonio Gnagni, Ernesto Cardamone, presidente dell’Enal di Frosinone, ed altri. Accanto al cinema Excelsior, il locale di stamperia del geometra Sanguinetti, anche questo centro di discussioni e confronti tra artisti e cittadini, d’estate era presente anche Renato Carosone con Gegè Di Giacomo che attiravano intorno a loro curiosità ed interesse da parte dei presenti. Ancora più giù gli studi degli architetti Zoldan e Boschero, ritrovi di intellettuali, artisti e addetti ai lavori. A Largo Turriziani, l’antico palazzo della famiglia Pennino, poi più giù il negozio dei fratelli Catalano, il caffè Silenzi, ed infine il barbiere per uomini Sordi, padre e figlio Giancarlo, ottimi lavoratori che oltre al taglio dei capelli aggiungevano il taglio e il ritaglio di fatti, avvenimenti sociali e politici nella provincia di Frosinone. “ Il nipotino” ormai adulto inizia a mettere in pratica l’esperienze fatte sia con gli Studi Classici, che con il fare arte a “modo suo”. La vita della città di Frosinone inizia ad accumulare avvenimenti, mostre, concerti, dibattiti, spettacoli, ecc. Proprio in questo periodo nasce l’Associazione Culturale D. Alighieri diretta dal Prof. Antonio Jadanza, che con il suo costante impegno riuscirà a portare nel capoluogo critici, scrittori, registi, musicisti, per fare qualche nome: P. P. Pasolini, il pianista Franco Mannino, la soprano Renata Tebaldi. Tra i personaggi che pullulano nella città, risalta il Commendator Armando Mantiglione, sempre in smoking nero con sciarpa di seta intorno al collo, oggi sarebbe chiamato un artista di strada, con la sua immancabile sedia su cui appoggiare la gamba invalida. Il Mantiglione si fermava nei luoghi deputati della città, all’aperto, e iniziava a raccontare barzellette, eventi, storie e pettegolezzi della Frosinone aristocratica, tutto condito con umorismo, ammiccamenti, risate e mimica facciale. Il Petrolini ciociaro, come voleva essere chiamato, trascorreva le sue giornate facendo divertire e divertendosi, dall’alba al tramonto. Un altro grande personaggio, ma di spessore diverso fu Paolo Colapietro, poeta, suonatore di sax tenore, comico, fine dicitore ed altro, sapeva dar vita e significato alle sue giornate tra un bicchiere di vino ed una battuta al vetriolo. I poeti dialettali Alessio Di Sora, Ercole Marino Martire, Antonio Peruzza, Enzo Mazzocchia, Antonio Antonucci, rappresentarono per anni l’apice del buon umore riflesso sulla carta stampata. Altro grande personaggio, in un altro settore, l’Ingegnere Nestore Evangelisti, un vero Dandy, amato e venerato dalle donne, padrone del calcestruzzo tanto da erigere palazzi (Cinema Nestor e Residence) in tutta la provincia di Frosinone. Divenne famoso in campo nazionale per aver gettato litri di inchiostro di china nero su un gruppo di prostitute che posteggiavano accanto ad un suo palazzo nei pressi di Fiuggi. Antonio De Bernardis, attore e direttore della filodrammatica Padre L.Moretti, che aveva fra le sue fila, Assuntina De Bernardis, Antonio Gnagni, Alfredo Spadoni, Mario Mastrantonio, Peppino Capponi, Aldo Sica, Luigi De Bernardis ed altri ancora. Un personaggio particolare era “tecchia” un giovane occhialuto impiegato presso la F.I.A.T. di Zeppieri a Frosinone, che si diceva avesse il dono dell’ubiquità; infatti il nostro personaggio era sempre presente nei punti più imprevedibili e contemporaneamente a Roma, a Colleferro, ad Anagni, a Frosinone: si racconta infatti che fu trovato in veste prelari nel Santuario del Divino Amore pronto a servire messa. Tra i personaggi più emblematici e direi sconvolgenti, dobbiamo annoverare Leo Carè eclettico rappresentante della vita “a tutto gas” come lui stesso soleva ripetere. Giornalista, Direttore di giornali e di riviste, organizzatore di grandi venti Culturali e Sportivi, allenatore, ma soprattutto innamorato di se stesso. Un esempio: creò una televisione tutta sua. In una piccola stanza del centro storico di Frosinone, piazzò una telecamera con l’obbiettivo fisso e dall’altra parte sedeva lui con un pacco di fogli di carta, ritagli, fotografie, riviste ecc. Dopo aver accesso un piccolo riflettore sul suo viso, iniziava a parlare per ore ed ore, criticando, polemizzando e attaccando cose e personaggi. A notte inoltrata, il nostro presentatore reclinava la testa sul tavolo addormentandosi felicemente, mentre la telecamera continuava a riprenderlo. Il suo notiziario televisivo terminava con la fatidica frase: “ che munne pazze!!!”. Ma di personaggi atipici e particolari ne possiamo trovare anche in politica, dal compagno Conte, ad Arcangelo Sellari, al Prof. Begozzi, al Monsignor Don Ernesto Gallina, tutti esaltati nel dirimere problematiche e intrallazzi socio-politici. Tra i sindaci ricordiamo, Armando Vona, per la sua estrema bontà, Angeluccio Cristofari, sempre sorridente e disponibile, Armando Riccardi, uomo di cultura e di grande umanità, Aldo D’Agostini, sempre vicino al cittadino e ai suoi problemi, Dante Spaziani detto “Dantine”, quest’ultimo reso famoso per il suo continuo aprire il portafoglio e donare la felicità ai meno fortunati in via diretta. Poi i grandi nomi della politica nazionale, da Augusto Fanelli, a Gerardo Gaibisso, da Emanuele Lisi, a Dante Schietroma, da Giulio D’Agostini, a Giulio Andreotti, tutti personaggi che anteponevano la dignità e la grande umanità all’importanza della loro posizione politica. Ma è ora di scendere verso il piazzale della Provincia, pochi metri prima, vi era il capannone di sor Giuseppe Aversano che accoglieva i più giovani organizzando veglioni, feste da ballo ed altro che allora chiamavano “pòmicio”, poco più in là il campo di pallacanestro con i campioni frusinati, da Gudi Carè a Peppino Donati, da Enzo Ruggeri ad Aldo D’Agostini, a Nello Scaccia, Turriziani, e compagnia bella. E a proposito di sport, facendo un rapido salto all’interno del vecchio Matusa, non possiamo dimenticare il suo custode “Paolino”, che proteggeva questo piccolo rettangolo di verde, rincorrendo gli occasionali improvvisati giocatori con scope e mazzarocchi. Allora in quel rettangolo si giocavano indimenticabili campionati con i vari Benvenuto, Graziani, Caputi, Agnoletto, Felici, Cervellini, Sordi, Caggiano, Mettius, Palanca ecc. Al custode Paolino avevano dato per abitazione un piccolo ambiente all’interno degli spogliatoi, non di rado le giovani figlie comparivano in campo all’ingresso dei giocatori, prima e durante le partite. Dentro il cortile del palazzo di Igiene e Profilassi a S. Antonio si sfidavano i campioni del pugilato frusinate e provincia, tra i quali ricordiamo: i fratelli Di Mauro, Cerroni, Aversa, Mercuri ed altri. Parlando sempre di sport non possiamo sottacere il meraviglioso circuito motociclistico, inventato da Carlino Magni che univa Frosinone bassa con la parte alta della città, ed i campioni tutti ciociari, Archilletti padre e figlio, Morgia, detto bicchierino e Mancini. Come dimenticare “ sor Francesco” il rivenditore di giornali e rilegatore di libri con il suo negozietto prima dell’arco Campagiorni, romano di nascita, ma ciociaro come diceva lui dai “calli dei piedi” alla testa. Nel centro storico, quasi a ridosso del campanile, funzionava a pieno regìme il “circolo Angeloni”. Un grande appartamento arredato con civettuola eleganza, mentre Angelino il barman tuttofare preparava coctail e altre bevande al suono di piccole orchestrine poste su un palco che si affacciava all’interno di una grande sala da ballo. Tutto il bel mondo frusinate si dava appuntamento in questo locale per divertirsi e trascorrere il pomeriggio e la sera in allegria e in buona compagnia. Tra i frequentatori, “i quattro dell’Ave Maria”, (così chiamati perché iniziavano a giocare a carte al calar del sole), Il Dott. Galeno, il Commendator Galella, il Commendator Catelli e l’Industriale Conte. Nella città nacquero altri locali, tra cui: il Circolo Ufficiale presso il Distretto Militare, il Circolo Bocciofilo di S. Gerardo, Il Circolo Dell’Aeronautica e il Circolo della Società Operaia. Le signore che desiderassero una eccentrica acconciatura, bastava recarsi sul Corso della Repubblica nello “storico” negozio “Coiffeur Pour Femme” di Elio e Riccardo Santoro. Per i signori uomini, pochi passi più in là, “Celletti Peppino”, Barba e capelli in pochi minuti con rapido aggiornamento di fatti e misfatti della città. Abbiamo sorvolato un importante particolare che caratterizzava quel periodo: “i soprannomi”. Pochi riuscivano a sfuggire a questa spiritosa “onorificenza”. La provenienza dei soprannomi si perdeva nella notte dei tempi, altri invece venivano dati al malcapitato per deformazioni fisiche o per aspetti contorti del carattere. Per fare qualche esempio: un noto tipografo, proveniente dalla vicina Ceprano, veniva chiamato Mario “bitte bitte”, un giovinastro allegro e spensierato che vendeva i lupini e fave a mollo, “fignuitte”, il campanaro della Cattedrale “Garibaldi”, un signore pazzo per il gioco delle carte e delle scommesse, “gattabuia”, un elegante portiere d’Albergo, “palle d’oro”, il fontaniere “Giotto”, il migliore calzolaio della città, “pestricchia” e via dicendo. Ma i soprannomi non risparmiavano le signore e le signorine della città: “’nfregnata”, “soracazzetta”, “ncecca”, “palombella”, “burletta”, “zitella”, “pecorella” ecc. Un personaggio veramente unico e irripetibile era rappresentato da un ragazzone di età quasi matura che soleva passeggiare per le vie di Frosinone con due o tre canne tra le mani. Alle estremità di queste canne pendevano lucertole, saettoni, serpentelli e ranocchie. Gli animali messi sull’asfalto delle strade iniziavano a strisciare, a saltare e a divincolarsi tra i passanti incuriositi, ma nello stesso tempo infastiditi. “Allora” tutto era permesso! Con il passar del tempo, il cavallo, il calesse “il nonno” e il “nipotino” divennero sempre più immagini sbiadite e trasparenti come il tempo. Frosinone andò trasformandosi lentamente in una tentacolare città con modi di vivere e di lavorare sempre più razionali e impegnativi. La poesia di quegli anni trascorsi, forse troppo in fretta, restava soltanto un ricordo di vita vissuta nel costante desiderio di “stare insieme” ed accettare le regole del mondo in allegria, sdrammatizzando gli eventi e le difficoltà del vivere comunitario. La nuova Frosinone culturale vide nascere i primi tentativi di far teatro, musica, giornalismo, letteratura, poesia, pittura, ecc. Personaggi allora giovanissimi come l’ecclettico Amedeo Di Sora, artista che in seguito dimostrerà le sue grandi qualità nella poesia e nel teatro, Alfonso Cardamone, poeta, scrittore, saggista, direttore di riviste e autore di libri, Massimo Cardillo, il primo ad interessarsi di cinema e a parlarne, pubblicando libri e tenendo conferenze, Lamberto Bracaglia ed i suoi Alchimisti, Marcello Carlino, poeta, scrittore e critico d’Arte, Giovanni Fontana, pittore multimediale, scrittore di poesia visiva, Luciano D’Arpino, regista, giornalista e scrittore, Umberto Celani, giornalista e direttore di numerosi giornali e riviste, Luca Sergio, Gianluca De Luca, Luciano Renna, il decano dei giornalisti, Marcello Pennacchia, Edmondo Carretta, Arturo Paolino, Amedeo Di Sora, anche lui direttore di giornali e di riviste, e tanti altri ancora. Così nella politica e nella vita socio-comunitaria emersero personaggi che in poco tempo seppero imporsi qualificando i partiti che rappresentavano. Lo spazio e la vastità dell’argomento trattato ci consigliano di fermarci qui, facendo presente che nell’elencazione dei personaggi si avvertirà l’assenza o la dimenticanza di altre figure, ce ne scusiamo. Ma, ritornando per un attimo al passato, intendo chiudere questo piccolo Amarcord con l’ultimo aneddoto: si conosceva il soprannome “cacabolletta”, un uomo di mezza età, che era solito camminare, si fa per dire, lungo le strade di Frosinone, saltellando e movendosi come un ballerino di fila. Tutti ormai si erano abituati a vedere questo strano personaggio che dalla mattina alla sera non faceva altro che sprizzare vivacità e dinamismo attraverso un singolare “ballo di San Vito”. Una sera, sul Corso della Repubblica un passante, curioso più degli altri e desideroso di saperne di più, fermò “cacabolletta” e gli chiese il perché di quel suo continuo e incessante saltarello. L’interrogato non si fece pregare, rispondendo: “Salto, ballo, mi muovo e rido perché sono felice!”

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