Sculture e Installazioni

1972

Gian Carlo Riccardi, Installazione EXPO CT 72, 1972.

Installazione Expo CT 1972

Gian Carlo Riccardi esegue la sua prima installazione nel 1972 in occasione dell’EXPO CT 72 a Milano, Esposizione Internazionale delle attrezzature e degli impianti per il commercio e il turismo. L’opera lignea è caratterizzata da piani circolari e aste inclinate che invitano l’osservatore a girare intorno, interagendo con essa. La scultura rinvia alle opere d’arte povera ed ai ready made di Duchamp, come l’Egouttoir, dove fondamentale risulta il recupero degli oggetti quotidiani e l’enfatizzazione del messaggio che l’artista vuole trasmettere. L’opera probabilmente rappresenta non solo una critica ad una società industrializzata, ma anche la rappresentazione del lavoro artigiano industriale evocato attraverso gli elementi circolari lignei della struttura (che possono ricordare le macine usate per produrre la farina), che si sviluppano in alto su più livelli e dai quali partono le aste che possono richiamare i tubolari metallici delle industrie siderurgiche o il fuoco delle ciminiere. L’opera può rappresentare una metafora sullo sviluppo e sulla velocità del progresso tecnologico che Riccardi guarda sempre con animo un po’ scettico.

1986

Gian Carlo Riccardi, La stanza del padre, 1986.

La stanza del padre

La prima “stanza” realizzata da Riccardi è La stanza del padre, presentata presso il comune di Anagni nel 1986. Riccardi espone, insieme alle sue opere pittoriche, un’installazione formata da una sedia legata da una corda e uno specchio posto sul fondo. Quest’ultimo diventa un elemento nel quale viene riflessa, oltre alla propria immagine, anche la propria interiorità. Lo spazio virtuale della superficie specchiante diventa una finestra sul luogo e sul tempo reali che diventano profondi ed assoluti. Di fronte allo specchio è inserita la sedia legata. Il ricordo del padre, cui ha dedicato i suoi lavori, la presenza continua nelle sue opere degli affetti familiari, i legami con la sua infanzia, sono tutti riferimenti costanti nelle espressioni artistiche di Riccardi. La sedia indica probabilmente il voler legare a sé la memoria del passato, i ricordi dell’infanzia trasfigurati e replicati all’infinito dallo specchio. All’interno di questo, la sedia, gli spettatori e l’ambiente circostante sono inclusi facendo dell’opera “l’autoritratto del mondo”. Si crea, pertanto, un’interazione tra la creazione artistica ed il pubblico che diviene protagonista dell’opera.

1987

Gian Carlo Riccardi, Il luogo e la memoria, 1987.

Gian Carlo Riccardi, Il luogo e la memoria, 1987.

Il luogo e la memoria

Nel 1987 Riccardi allestisce presso l’abbazia di Casamari, l’installazione-performance Il luogo e la memoria. L’autore racconta in quest’opera soltanto la propria immagine attraverso un itinerario poetico di immagini e oggetti. Il tempo, dall’infanzia alla maturità, scandisce i giorni e i mutamenti entro una struttura lignea che contiene materiali visivi in movimento realizzati con tecniche varie. Un pavimento di specchi riflette le immagini dell’osservatore e dell’intero progetto. L’immaginazione e la creatività sposano l’eclettismo dell’artista che attraverso l’uso di materiali poveri o in disuso, crea atmosfere estremamente calibrate e precise. L’idea di partenza dello spettacolo è quella di una mostra che si tramuta in installazione, in cui una sventagliata di ritratti dell’artista costituisce un gioco di maschere a cui si affida il ruolo di attore principale. Le foto, fotocopiate, modificate, ritagliate ed incollate per formare dei collage, tutte in bianco e nero e legate a delle catene, si innalzano su una superfice di specchi che trasfigura, in un gioco ironico di rimandi, le figure rappresentate.

1989

Gian Carlo Riccardi, La stanza delle meraviglie, 1989.

Gian Carlo Riccardi, La stanza delle meraviglie, 1989.

La stanza delle meraviglie

Nel 1989 Riccardi propone, presso il Palazzo San Germano di Arpino, l’installazione La stanza delle meraviglie. L’artista fa rivivere un palazzo signorile dell’800 con una performance artistica che coinvolge direttamente, in un percorso labirintico, gli spettatori-visitatori alla ricerca delle radici perdute della propria infanzia e della Ciociaria. Le radici diventano i rami degli alberi, mentre le corde consunte segnano un itinerario da seguire per arrivare a La stanza delle meraviglie, dove ognuno è invitato, personalmente, a ricostruire i propri mondi fantastici interagendo con la struttura lignea creata dall’artista. La corda conduce il visitatore dalla scalinata del palazzo, illuminata con un filo di luce, alla grande sala dove, immenso, si erge il fantoccio di legno mentre sotto c’è la grande aiuola fatta di terra e di sabbia e altri pezzi di legno. Riccardi partendo da una metafora nota a tutti, la stanza dei balocchi dell’infanzia, propone agli spettatori, attraverso un’installazione composta da tubolari innocenti e da segnali-guida, un viaggio sospeso tra il reale e il fantastico. Così l’arte diventa gioco attraverso l’ironia. L’installazione è caratterizzata da una enorme super marionetta di legno, dai connotati antropomorfi, articolata in una serie di meccanismi a snodo che, attraverso delle funi, muovono tutte le sue componenti come un grosso pupazzo nei teatri dei burattini. Il tutto incasellato in una sorta di gabbione, realizzato con tubi metallici che sono sostegno e al tempo stesso prigione della marionetta, grande simbolo totemico che affascina ed al tempo stesso inquieta l’osservatore. Il pubblico è chiamato ad interagire con la figura lignea, azionandola, muovendone gli arti attraverso le corde e provocando degli stridori, dei rumori meccanici. La forte propensione demercificante dell’installazione dissolve l’oggetto in opera-ambiente-happening.

1989

Gian Carlo Riccardi, Il cielo, la terra, l’acqua, Bozzetto, 1991.

Gian Carlo Riccardi, Rotta di Collisione, 1991.

Gian Carlo Riccardi, Rotta di Collisione, 1991.

Gian Carlo Riccardi, Rotta di Collisione, 1991.

Gian Carlo Riccardi, Richiamo, 1991.

“Installazioni” presso I Navigli di Milano

Il cielo, la terra, l’acqua e Viva Colombo

Nel 1991 l’artista partecipa alla II edizione del Moscow International Fair (M.I.F.) tenutasi presso il Manege Central Exhibition Hall di Mosca. L’artista presenta due installazioni di legno ed altri materiali sul tema dei “viaggi di Cristoforo Colombo”. Fanno parte delle installazioni presentate l’opera Il cielo, la terra, l’acqua e Viva Colombo; di entrambe si conservano solo i progetti architettonici con relativa visione prospettica e assonometrica. Si può notare come la prima opera si sviluppi perpendicolarmente ad una base ottagonale, mediante l’assemblaggio (a mo’ di impalcatura) di travi in legno ed elementi circolari in metallo che percorrono il centro della struttura. La seconda ripropone la forma e gli elementi architettonici della prima. Al centro della composizione sono posizionati, lungo delle catene metalliche, degli ingranaggi e degli elementi geometrici.

Rotta di Collisione

Richiamo

Sempre nel 1991 l’artista esegue la scultura Richiamo. L’opera eseguita mediante due lastre di ferro sovrapposte, presenta uno sviluppo ascensionale per culminare, sulla sommità, con una raggiera di barre metalliche che si dipanano da una serie di fasce semicircolari che si sviluppano per tutto il corpo della struttura. Questa, inoltre, è decorata mediante colori accesi, disposti secondo motivi astratti e filiformi. L’opera, donata alla chiesa di S. Maria Goretti di Frosinone, e presente tuttora in loco, mostra un cattivo stato di conservazione a causa della presenza di ruggine che ha corroso la superficie eliminando gran parte della decorazione pittorica. La scultura rappresenta la chiamata divina da parte del Padre celeste ai propri figli. L’opera diventa anche un richiamo alla memoria, una scala attraverso la quale l’artista cerca di ricongiungersi con il proprio padre, una sorta di termometro delle stagioni passate. Il richiamo, dunque, è ad una spiritualità intensa, intima, condivisa e vissuta.

1993

Gian Carlo Riccardi, La scatola nera – installazione deposito, 1993.

Gian Carlo Riccardi, La stanza dei miracoli, 1993.

La scatola nera-installazione deposito

Nel 1993 Riccardi partecipa alla XLV edizione della Biennale d’Arti Visive di Venezia firmata da Achille Bonito Oliva, all’interno del padiglione italiano dove sono esposte le mostre I punti dell’arte e Opera italiana. Riccardi è presente con l’installazione-performance La scatola nera installazione deposito. L’artista trova nei giardini di Castello, il territorio adatto per operare nello spazio di due giorni. L’opera è un’altra metafora dell’autore sulla violenza e sul potere, riciclata dal suo repertorio di invenzioni e di rebus ad libitum. La grande folla presente all’inaugurazione della Biennale si sofferma sulla struttura che mostra una cella chiusa, circondata da terra nera e fiori di campo. Dalle piccole fessure praticate all’esterno del contenitore, quasi una camera oscura, lo spettatore può spiare cosa accade all’interno. Interno ed esterno dell’opera, così, comunicano fra loro mediante delle fenditure che diventano lesioni praticate sul corpo della struttura. Ma una visione parziale e ridotta lascia allo spettatore soltanto l’illusione di vedere una realtà distorta e mai definita. Ancora una volta, quindi, ritorna “il doppio riccardiano” tra la realtà e l’illusione, tra il bianco e il nero, tra la vita e la morte. La scatola nera installazione deposito è un “teatro dalla scena congelata”.

La stanza dei miracoli

Dopo l’esperienza veneziana Gian Carlo Riccardi allestisce a Frosinone, all’interno della Piazza Sant’Ormisda, La stanza dei miracoli, un’installazione temporanea rimasta in visione del pubblico per un mese. L’opera è composta da un recinto severo di pietre che racchiude, in una perfetta circonferenza, il ramificare di radici robuste e vivaci che s’insinuano sotto la base di una grossa gabbia di ferro per uscirne poi, attraverso il pavimento maiolicato, in un gioco “oscuro” di bianchi e di neri. La gabbia, in una scandita geometria di linee verticali ed orizzontali, contiene all’interno due cubi di diversa misura. La stanza dei miracoli racchiude al suo interno un’altra “stanza”. Essa racchiude tre momenti: un primo momento classico rappresentato da un volto, dal Davide di Michelangelo, che è la stazione più bella come rapporto tra vita e morte. Successivamente si passa a un’altra gabbia dove c’è una figura che si spoglia e che sembra quasi un manichino. C’è questa mistificazione fra l’uomo inteso da Michelangelo come peccato, resurrezione e l’uomo di oggi quasi macchina. Poi si entra in una terza camera più grande dove addirittura questa figura si trasforma quasi in un insetto, si slabbra attraverso fili metallici, perdendo completamente il contenuto classico dell’immagine umana. L’architettura con i suoi ferri neri e le sue catene pesanti, è caratterizzata da una mela rossa che pende dall’alto.

1995

Gian Carlo Riccardi, Accumulo, 1995.

Accumulo

Nel 1995 Gian Carlo Riccardi esegue l’opera Accumulo donata alla Securpol di Frosinone. L’opera, esposta nel piazzale antistante la struttura di vigilanza, è un parallelepipedo formato da lue lastre di ferro tagliate al centro in senso diagonale. Nel mezzo della struttura compare, sopra un filo metallico, come una segnaletica stradale, la silhouette di un cane.

1996

Gian Carlo Riccardi, La stanza dei miracoli, 1996.

Gian Carlo Riccardi, Venere di Milo con nastro adesivo blu, 1996 ca.

Sculture

Nel 1996 Riccardi esegue l’installazione Sculture, donata ad un privato. L’opera formata da tre elementi legati fra loro per mezzo di catene, è una riproposizione dell’installazione eseguita l’anno precedente per la Securpol di Frosinone. Essa è caratterizzata da un maggiore rigore concettuale rispetto alle “stanze” eseguite in questi anni, si pone, infatti, come una sorta di ghigliottina attraverso delle feritoie che ne segnano i pieni e vuoti della struttura, mentre un masso perfettamente rotondo, àncora pesantemente a terra l’intera struttura.

La stanza dei miracoli (seconda)

La stanza dei miracoli (seconda) viene posizionata nel 1996 in piazza Vittorio Veneto di Frosinone. L’autore esegue l’opera rievocando gli anni della sua infanzia quando, seduto insieme ai suoi genitori, su una panchina della piazza, il padre gli propose di dipingere qualcosa su di un grande muro bianco che gli si parava davanti. L’opera è composta da tre pannelli in ferro aperti sulla facciata e dipinti internamente da sgocciolature e squarci dai colori inquietanti, come delle lacerazioni dolorose o scarabocchi di un bambino. Dei tubolari metallici neri circondano le pareti come a sostenere, proteggere e conservare la memoria dall’inesorabilità del tempo, mentre in alto un uccellino sta per spiccare il volo. L’artista delimita per il pubblico uno spazio, trasformandolo in una “stanza” con delle pareti colorate contornate da delle catene. I pannelli diventano dei diaframmi evanescenti trasformandosi in una stanza dei giochi, in una stanza dei sogni, mentre le catene ed i recinti in ferro diventano delle corde da saltare: ostacoli che turbano lo spettatore, diventando scatola di memorie o prigione dell’uomo che vive in un mondo che riconosce come estraneo alla sua innocenza di fanciullo, che nasconde in un angolo remoto dell’essere. Nata da un desiderio conservato nei ricordi d’infanzia dell’artista, la “stanza” diviene un punto di riferimento e di ritrovo per l’autore, un locus amoenus, nella speranza di incontrare un giorno, proprio in quel punto, i suoi genitori. L’opera, inizialmente concepita per una visione frontale e posizionata di fronte al Palazzo della Prefettura, è stata dislocata nel 2012 per essere posizionata nel 2014 su un incrocio stradale. La rimozione dell’opera, il successivo “stato di fermo” attraverso la sua conservazione in deposito e la posizione in un luogo umido, sono state causa di corrosione dell’apparato pittorico e formazione di ruggine sulle pareti e sulle travi di ferro.

Venere di Milo con nastro adesivo blu

Realizzata nel 1996 la Venere di Milo con nastro adesivo blu, acefala e avvolta dal nastro adesivo blu, paragonabile, alla Vénus restaurés di Man Ray, il quale si avviluppa in un gomitolo per posarsi sulla superfice specchiante sulla quale è collocata l’opera. Essa richiama il territorio dell’erotismo in un’atmosfera di fantasia sadica, ma che non disturba, in un’ambiguità tra costrizione ed esaltazione della femminilità e della bellezza. La Venere posizionata al di sopra di un alto piedistallo presenta uno specchio che riflette, rispecchia la sua immagine.

1998

Gian Carlo Riccardi, La stanza del sogno, 1998.

Gian Carlo Riccardi, Edipo Re, 1998.

Gian Carlo Riccardi, Esecuzione con Fiori, 1998.

Gian Carlo Riccardi, Occasione, 1998.

La stanza del sogno

Nel 1998 Gian Carlo Riccardi presenta ad Alatri La stanza del sogno. Questa volta la “stanza” è caratterizzata da numerose barchette di carta bianca che navigano su un mare ceruleo per attraversare, poi, il piedistallo della “stanza”, un contenitore bianco e aperto, all’interno del quale vi è racchiuso un cubo trasparente di plexiglass con una lampadina rossa ed una scatola bianca ricoperta di barchette di carta, sopra un mare questa volta purpureo. Il viaggio delle barchette sembra il viaggio della vita, fatto di ostacoli e travagli, per arrivare alla fine alla morte. Ma è un itinerario di sogni e di giochi quello immaginato da Riccardi che nella sua “stanza”, insieme agli osservatori, gioca con le tante barchette che affollano la piazza azzurra facendole scivolare su di essa, come un bambino gioca con i soldatini. La folla che osserva l’installazione si identifica con quelle barchette, tutte uguali fra loro, tutte in viaggio verso l’abisso, ma sulle quali Riccardi getta la luce del sogno e della speranza.

Esecuzione con fiori

Nell’opera Esecuzione con fiori è la striscia nera che copre gli occhi a dare contrasto all’insieme.

Edipo Re

In opere come Edipo Re c’è un’armonia palpabile a far esaltare i contorni del volto.

Occasione

Nell’Occasione è la sequenza in verticale ed in orizzontale a consegnarci un messaggio spazio-temporale. C’è sempre, comunque, un ritorno sulla scena, reale o fantastica che sia. Tutto ciò sta a dimostrare come Gian Carlo Riccardi sia coerente con se stesso e sappia coniugare la sua innata espressività con una trama affabulante di riferimenti fantastici del visibile e del non visibile.

2005

Installazione a Torino 2005